Il fascismo e il ventennio – 1921-1938

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In questo articolo illustriamo il fascismo in Italia, nel periodo che va dalla fondazione del Partito Nazional Fascista all’emanazione delle leggi razziale antisemitiche.

Un doveroso richiamo alla nostra Costituzione repubblicana

Prima di iniziare la nostra trattazione di Mussolini e del ventennio fascista è fondamentale ricordare che la nostra Costituzione ha tra i suoi principi l’antifascismo. In particolare tra le Disposizioni transitorie e finali si annovera l’articolo XII che riportiamo qui:

XII
È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.

Non bisogna neppure dimenticare che l’apologia del fascismo è un reato. Consideriamo infatti la legge Scelba e la legge Mancino. La cosiddetta legge Scelba (formalmente LEGGE 20 giugno 1952, n. 645 ), è una legge di attuazione della succitata Disposizione transitoria e finale della Costituzione. Essa consiste di 12 articoli, ne riportiamo solo alcuni.

Ancora, per quanto riguarda la legge Mancino

Il biennio nero – 1920-1921

La base sociale del fascismo e le elezioni del ’21

Precedentemente abbiamo trattato la critica situazione in Italia nell’immediato dopoguerra, tra il 1919 e il 1920. In quegli anni si assistette al crollo delle forze liberali e alla crescita di forze alternative, come il Partito Popolare di Sturzo e il Partito Socialista. Insieme a queste forze era sorto il Movimento dei Fasci da combattimento, fondato da Mussolini. Tale movimento non aveva un programma chiaro, essendo allo stesso tempo borghese ed antiborghese, rivoluzionario e controrivoluzionario, in cui forte però era la componente violenta contro il socialismo e il comunismo. come testimoniato dall’assalto a Palazzo d’Accursio a Bologna il 21 novembre 1920.

In realtà, la base elettorale del fascismo era composita e pluridentitaria.  Molti individui, compreso Giolitti, considerarono il fenomeno fascista come una delle tante espressioni del malcontento dilagante. Si pensava infatti che il fascismo potesse alla fin fine essere inquadrato nei blocchi nazionali. Così Giolitti sciolse il Parlamento e fissò nuove lezioni per la primavera del 21, i cui esiti raccogliamo nel seguente grafico.

I risultati delle elezioni dimostrarono immediatamente la debolezza della parte liberale-giolittiana, così Giolitti si dimise e nacque un nuovo governo guidato dal socialista Ivanoe Bonomi.

Mussolini decise quindi di trasformare il fascismo da movimento a vero e proprio partito. Il Partito Nazional Fascista (PNF) nacque l’8 novembre 1921, un partito dalla struttura gerarchica e centralizzata. Tale centralismo era necessario per stemperare l’autonomia decisionale, troppo spinta, dei capi delle squadre d’azione locali, detti ras1. Il fascismo si diede un nuovo programma assolutamente antirepubblicano e antisocialista. Anche i primi accenni di anticlericalismo furono stemperati per ottenere le simpatie della chiesa.

Simbolo del Partito Nazional Fascista
Simbolo del Partito Nazional Fascista

Dalla marcia su Roma all’omicidio Matteotti

Il fascismo contro sindacati e proletari

Le elezioni del ’21 non riuscirono in alcun modo a frenare la conflittualità tra socialisti e fascisti. Anche i tentativi di mediazione del governo Bonomi ebbero scarsissimo esito. Bonomi dovette cedere il passo al governo di Luigi Facta dopo neanche un anno dalle elezioni. La vera misura di questo periodo è proprio lo scontro tra il fascismo e le istanze del proletariato socialista. In seguito ad ulteriori azioni di violenza da parte dei fascisti, l’Alleanza del Lavoro, nell’estate del 1922 aveva proclamato uno sciopero generale. Tale sciopero fu tuttavia sabotato dall’intervento fascista in due modi:

  • gli operai fascisti iscritti alle organizzazioni sindacali  nazionaliste non aderirono allo sciopero: in tal modo ottennero la fiducia della borghesia e degli industriali;
  • ricorrendo alla violenza, che coinvolse diverse località, con distruzione di molte Camere del Lavoro e sedi del PSI.

 

La marcia su Roma – 27-30 novembre 1922

Il successo nella repressione dello sciopero generale fu un’attestazione di forza per il fascismo, che di fatto deteneva con la violenza il controllo delle piazze. I tempi erano diventati maturi per un colpo di stato. Il 16 ottobre infatti, Mussolini, insieme al quadrumvirato costituito da Michele Bianchi, segretario del PNF, e dai tre maggiori ras Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi e Emilio De Bono, concepirono il piano di marciare su Roma.

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Il quadruvirato fascista – Da sinistra verso destra: Michele Bianchi, Italo Balbo, Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi

Tale marcia avvenne nella notte tra il 27 e il 28 novembre del 1922, quando circa 26000 fascisti si recarono a Roma per impadronirsi dei Ministeri. La reazione del governo Facta, fu quello di chiedere a Vittorio Emanuele III la dichiarazione dello stato d’assedio. Il monarca rifiutò, Facta si dimise e il 30 novembre Vittorio Emanule III conferì a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo. Di fatto, dunque, non vi fu alcun colpo di stato, in quanto l’arrendevolezza della monarchia non lo rese necessario.

La marcia su Roma
La marcia su Roma

Il doppio binario e il discorso del bivacco

All’atto di costituire un nuovo governo Mussolini agì prudentemente in modo da ottenere il più largo consenso possibile. Il 30 novembre presento infatti una lista di ministri per il nuovo governo. Di questi tre erano fascisti, due popolari, due democratici sociali, due militari, un nazionalista e un indipendente, il filosofo Giovanni Gentile, che si sarebbe poi convertito al fascismo. In questo senso il capo del fascismo intendeva seguire, almeno inizialmente, la corrente moderata del fascismo, quella facente capo a Giuseppe Bottai, favorevole alla collaborazione i liberali e contrario alla violenza illegale degli squadristi.

Allo stesso tempo Mussolini doveva anche rassicurare gli esponenti più radicali del PNF, come, ad esempio, Roberto Farinacci, ras di Cremona, pronto per una violenta rivoluzione fascista. L’esempio di questa strategia di sintesi, nota come il doppio binario, è certamente il famoso discorso del bivacco, il primo discorso del governo Mussolini, del 16 novembre 1922. Citiamo l’estratto più famoso:

[…] Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ci abbandona dopo la vittoria. Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.

Dalle parole di Mussolini è chiaro la dichiarata volontà, seppur provvisoria, ad una ostentata moderazione, dall’altro proprio la precarietà di tale moderazione avrebbe soddisfatto i fascisti più intransigenti.

La fascistizzazione iniziale

Ad ogni modo il nuovo governo avrebbe presentato sin da subito caratteristiche di illiberalità e autoritarismo, con la costruzione di un regime dittatoriale. Si può, sin dal 1922, parlare di fascistizzazione dell’Italia, ovvero nella trasformazione dell’apparato istituzionale statale in una macchina al servizio del regime fascista.

I primissimi provvedimenti in tal senso avvennero subito, nei mesi a cavallo tra 1922 e 1923. In primo luogo, nel dicembre 1922, Mussolini costituì il Gran Consiglio del Fascismo, una sorta di parlamento ombra che riuniva i dirigenti del PNF, i ministri fascisti e il direttore generale della sicurezza pubblica e ovviamente presieduto da Mussolini stesso. Di fatto era il Gran Consiglio dettare l’agenda politica.

Il secondo provvedimento mirò invece a istituzionalizzare lo squadrismo. Tra il dicembre del ’22 e il gennaio del ’23 nasceva così la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MSVN).

Ancora, fu istituita la Ceka Fascista, una polizia di partito, di ispirazione sovietica, con funzioni di intelligence e di repressione dei nemici politici. Nel ’27 la cosiddetta verrà sostituita poi dall’Opera di Vigilanza Repressione dell’Antifascismo (OVRA).

Le elezioni del 24 e l’omicidio di Giacomo Matteotti

La legge Acerbo e i brogli delle elezioni del ’24

Un passo ulteriore verso la trasformazione del regime liberale nella dittatura fascista fu la necessità di creare una maggioranza monolitica in parlamento. La via conseguire questo risultato passò per l’indizione di nuove elezioni, precedute da una riforma del sistema elettorale. Tale riforma, la nota legge Acerbo, dal parlamentare fascista Giacomo Acerbo,aboliva il sistema proporzionale introdotto nel 1919, per sostituirlo con uno maggioritario con un significativo premio di maggioranza. Era sufficiente che un partito ottenesse il 25% dei voti per ottenere i due terzi dei seggi in Parlamento.

La propaganda fascista fu vasta ed imponente. Mussolini si servì di ogni mezzo di comunicazione presente all’epoca, e si impegnò ad incontrare le folle, visitando tutte le regione d’Italia. Se da un lato Mussolini cercava di mostrarsi come un amico del popolo e un salvatore della patria, dall’altro però le elezioni del ’24 furono certamente macchiate dalle azioni intimidatorie dei fascisti, i quali i numerosi seggi obbligarono illegalmente i cittadini a votare per la lista fascista. A tali intimidazioni si aggiunsero episodi di corruzione. In sintesi, le elezioni del ’24, i cui risultati presentiamo nel grafico sottostante, furono viziate da brogli di vario genere.

L’omicidio Matteotti

Dopo le le elezioni dell’aprile, la Camera dei Deputati aprì i lavori della nuova legislatura il 30 maggio. In quell’occasione il deputato Giacomo Matteotti, del Partito Socialista Unitario, chiese di prendere la parola per denunciare i suddetti brogli.

Ecco alcuni estratti dell’intervento di Matteotti:

L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. […] nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito2…e cioè egli approvava o non approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. […] Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito3, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse.

Il 10 giugno, il giorno precedente prima che Matteotti notificasse alla Camera le informazioni sui brogli e sul coinvolgimento in essi delle più alte sfere del fascismo, il deputato socialista fu rapito e ucciso da una squadra fascista comandata da Amerigo Dumini. Il cadavere del deputato fu ritrovato il 16 agosto nella “macchia di Quartella”, un bosco poco fuori la capitale.

Matteotti
A sinistra Giacomo Matteotti, a destra il luogo di ritrovamento del cadavere. Durante l’intervento di Matteotti, continuamente interrotto dalle minacce del fascista Roberto Farinacci, l’allora presidente della Camera Alfonso Rocco consigliò a Matteotti di parlare prudentemente. La risposta di Matteotti fu molto significativa: “Io chiedo di parlare non prudentemente né imprudentemente, ma parlamentarmente.

Le conseguenze dell’omicidio Matteotti: crisi e assestamento del fascismo

L’omicidio Matteotti non fu, almeno inizialmente indolore per il fascismo. Ne seguì infatti un’ondata generale di indignazione che trovò espressione certamente nella stampa. Il “Corriere della Sera” di Milano e “La Stampa” di Torino pubblicarono diversi articoli sugli aspetti più controversi e negativi del fascismo.

L’indignazione fu anche politica con la cosiddetta “Secessione dell’Aventino4. Il 26 giugno, i parlamentari dell’opposizione infatti scelsero di non partecipare più ai lavori del Parlamento, richiedendo le dimissioni di Mussolini e la formazione di un nuovo governo.

Ancora una volta, tuttavia, Vittorio Emanuele III esitò, non condannando lo spregevole episodio dell’omicidio di un parlamentare. Mussolini, mentre l’indignazione dopo sei mesi era diminuita, passò al contrattacco, con il noto discorso pronunciato il 3 gennaio 1925, di cui leggiamo l’estratto più famoso:

Ebbene, io dichiaro qui al cospetto di questa assemblea ed al cospetto di tutto il popolo italiano che assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. […] Se il Fascismo non è stato che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il Fascismo è stato un’associazione a delinquere, se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico, morale, a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento fino ad oggi.

Questo discorso sancì, di fatto, il termine di qualsiasi politica “moderata” fascista come pure l’inizio della dittatura.

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Le leggi fascistissime e il controllo sociale

Il biennio 25-26: le leggi fascistissime

Superata la crisi legata all’omicidio Matteotti, il fascismo ebbe via libera per costruire la propria dittatura. L’assetto istituzionale fu significativamente piegato, anche per mezzo di Alfredo Rocco, già Presidente della Camera, divenuto Ministro della Giustizia il 5 gennaio del 1925. Le leggi emanate da Rocco mirarono a rendere più importante e centrale la figura del Primo Ministro, che diventa il capo del governo. Il capo del governo è responsabile solo e soltanto davanti alla monarchia, decide quali questioni debbano essere dibattute in Parlamento e, ancora, può emanare autonomamente leggi. Si arriva così alla palese violazione del principio della divisione dei poteri.

Mente Mussolini inizia a farsi chiamare Duce, qualsiasi tipo di autonomia locale, soprattutto quella dei comuni, viene eliminata. I comuni sono ora amministrati dai Podestà, di acclarata fede fascista e nominati dal governo, mentre le provincie sono amministrate dai Prefetti, anch’essi di nomina governativa.

Non solo, nel 1926 il governo fascista abolì la libertà di stampa, quella di insegnamento, vennero sciolti tutti i partiti e i tutti gli impiegati statali, compresi i docenti universitari, furono costretti ad iscriversi al PNF. Di essi, solo dodici rifiutarono di iscriversi al partito e, di conseguenza, persero la cattedra. Li raccogliamo nella seguente tabella.

L’OVRA, il Tribunale speciale, la violenza

Come si è anticipato, la Ceka nel 1927 divenne l’OVRA, l’Organizzazione per la vigilanza e la repressione dell’antifascismo. L’opera di questa trovava poi il suo sbocco in una nuova istituzione, parte speciale della magistratura, il Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato. Tale Tribunale, che poteva anche comminare la pena di morte5 mediante processi farsa. Molti oppositori, sospettati di non nutrire un sentimento nazionale abbastanza forte, vennero mandati al confino, una forma di esilio in luoghi remoti, come isole, sotto lo stretto controllo fascista.

Alcuni, come Antonio Gramsci (1981-1937), morirono per la rigidità del regime carcerario, altri vissero sorvegliati da agenti segreti fascisti, anche se non si trovavano più in Italia, per lo più a Parigi, costretti all’esilio e privati della cittadinanza. Il farsi Stato del fascismo non comportò nemmeno la fine della violenza.  Saranno vittime dei pestaggi fratelli Carlo (1899-1937) e Nello Rosselli (1900-1937), fondatori di Giustizia e Libertà, un partito democratico-socialista, ma pure altri antifascisti come Giovanni Amendola (1882-1926) e Pietro Gobetti (1901-1926).

Le elezioni plebiscitarie

Nel 1928 anche il volto delle elezioni cambiò drasticamente. Una nuova legge  elettorale lasciava al cittadino solo e soltanto la possibilità di accettare o rifiutare una lista di deputati fascisti. Lo Stato si identificava con il Partito: il primo fu ovviamente snaturato, il secondo svuotato della sua specificità. Inoltre lo Stato fascista mostrò una attitudine alla corruzione e al clientelismo, tipici dell’Italia post-unitaria.

Le corporazioni

L’abolizione della libertà di associazione si riverberò certamente anche sulla libertà sindacale. Si procedette all’abolizione dei sindacati, per lasciare spazio alla corporazioni, associazioni dal sapore medievale, che riunivano sia padroni delle aziende che operai. La contrattazione sindacale, ovviamente abolita, fu sostituita da una contrattazione statale, il cui fine – almeno dichiarato – era il mantenimento della produttività e dell’armonia sociale. In realtà, questo nuovo sistema di gestione dei rapporti di lavoro fu per lo più un sistema di controllo sociale: gli scioperi vennero aboliti, e sebbene si introdusse un contratto collettivo di lavoro a tutela del salario operaio, pochi effettivamente furono i controlli nelle industrie per verificarne l’applicazione.

Il sistema fu perfezionato nel 1939 quando la Camera dei fasci e delle corporazioni sostituì la Camera dei Deputati. Bisogna notare che, a questo punto, i cittadini non disponevano di alcun mezzo per fare valere la propria volontà sullo Stato, mentre quest’ultimo aveva un controllo pressoché totale sulla cittadinanza.

Il Minculpop e le organizzazioni sociali

Il controllo sociale, durante il fascismo, non avvenne solo con la repressione del dissenso, ma anche con la costruzione del consenso. Quest’ultima avvenne grazie alla propaganda realizzata da un Ministero creato ad hoc, il Minculpop, il Ministero della cultura popolare. Tale ministero adoperava tutti i mezzi di comunicazione ed espressione artistica per veicolare un’immagine forte, grande, unitaria del fascismo. Venne così a crearsi anche una simbologia mitica, legata ovviamente alla latinità e alla romanità, verso cui lo stesso fascio littorio era un richiamo, come se il regime potesse restaurare la grandezza della Roma antica.

Importanza fondamentale assunse l’unico vero ed volto del fascismo, il duce Mussolini, i cui discorsi, diventati parte di una vera e propria ritualità, raccoglievano adunate oceaniche. Del resto, mancare uno di quei discorsi era un atteggiamento sospetto.

I giovani e il dopolavoro

Particolare attenzione andò poi all’irretimento dei giovani, sin da piccoli inquadrati in gruppi paramilitari fascisti:

  • i Figli della lupa:, bambini e bambine dai 6 agli 8 anni.
  • i Balilla6 e Piccole italiane: bambini e ragazzi dagli 8 ai 14 anni e bambine e ragazze dagli 8 ai 14 anni.
  • AvanguardistiGiovani fasciste: ragazzi dai 14 ai 18 anni e ragazze dai 14 ai 18 anni. I ragazzi venivano anche addestrati all’uso delle armi.
  • i GUFGruppi universitari fascisti.
  • GIL, Gioventù italiana del littorio, che inquadrava tutte quelle precedenti.

 

Lo scopo di queste associazioni, non volontarie, era quello di formare dei perfetti cittadini fascisti, sempre pronti a credere, obbedire e combattere. I giovani erano a loro volta strumento di propaganda e celebrazione del regime, dato che partecipavano a sfilate, a giochi ginnici e sempre in uniforme. Oggetto di inquadramento fascista fu anche il tempo libero dei cittadini, tramite l’Opera nazionale dopolavoro.

La donna nel regime

Nel 1921 Elisa Majer Rizzioli, interventista di origine veneta, infermiera e crocerossina durante al Grande Guerra che aveva appoggiato l’impresa fiumana, fondò i Fasci femminili, che avrebbero poi inquadrato le donne nel regime. La natura di questa associazione era assolutamente apolitica, di totale asservimento al regime. La donna doveva essere moglie madre, educatrice, impegnarsi nell’assistenza sociale. Collaborare dunque al rafforzamento dello Stato fascista, senza avere potere decisionale alcuno. Lo stesso Mussolini, nel 1932, affermerà:

La donna deve obbedire […]. Essa è analitica e non sintetica. […] La mia opinione della sua parte nello Stato è opposizione a ogni femminismo. Naturalmente essa non deve essere schiava, ma se le concedessi il diritto elettorale mi deriderebbero. Nel nostro Stato non deve contare.

I Patti Lateranensi – 11 febbrario 1929

Sin dal 1926 lunghe trattative avevano coinvolto la dirigenza fascista con la Chiesa cattolica.  Proprio poco prima del plebiscito del ’29,  nel Palazzo del Laterano, l’11 febbraio 1929, Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri firmarono l’accordo noto come Patti Lateranensi. Questo documento, dal punto di vista dei rapporti tra Stato Italiano e Stato della Chiesa, chiude la questione romana aperta nel 1870 con la breccia di Porta Pia. Nei Patti Lateranensi possiamo distinguere tre livelli di accordo:

  • un trattato internazionale: lo Stato italiano riconosce la Città del Vaticano, la cui sovranità appartiene al papa, mentre il papa riconosce lo Stato italiano. Lo Stato Italiano inoltre riconosce il cattolicesimo come religione di Stato, contravvenendo al principio di laicità di liberale e cavouriana memoria7.
  • Un accordo finanziario. Lo Stato italiano deve risarcire 1 miliardo e 750 milioni allo Stato pontificio per le perdite del 1870.
  • Un concordato, che segna un’eccezionalità della Chiesa e del clero nello Stato italiano. Tale eccezionalità si esprime con l’esonero per gli esponenti del clero dai doveri di leva, la validità civile del matrimonio religioso, la possibilità per l’Azione Cattolica di continuare la sua opera, l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

 

Tali patti soddisfecero a tal punto l’allora pontefice Pio XI che definì Mussoliniun uomo mandato dalla Provvidenza“.

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Politica economica, estera e razzismo

L’economia italiana tra protezionismo, autarchia e controllo statale

Per ragioni di prestigio e orgoglio nazionale, il regime fascista, sin dal 1926, rivalutò la lira italiana rispetto alla sterlina inglese. Nello specifico si trattava di riportare il rapporto lira sterlina ai livelli ante-guerra, quando per acquistare una sterlina servivano circa 90 lire, mentre negli anni dopo la guerra ne servivano circa 150. Si trattava dunque di riportare il rapporto alla cosiddetta quota 90. Raggiungere questo obiettivo fu gravoso per l’economia italiana. Infatti, se da un lato ad un maggior valore della lira corrispondeva ovviamente anche un suo maggiorato potere d’acquisto sul mercato estero, allo stesso modo una lira dal valore eccessivo rallentò significativamente le esportazioni.

Il dirigismo economico del fascismo, che pure all’inizio sembrava vicino al liberismo, nella seconda metà degli anni Trenta, sfociò nell’intenzione di conseguire uno stato di autarchia economica, che coincide in sostanza con l’autosufficienza e la fine delle importazioni. Del resto, in seguito alla seconda guerra in Etiopia, l’Italia era isolata diplomaticamente e su di essa pendevano sanzioni economiche.

La battaglia del grano per otto milioni di baionette

A ben vedere, una qualche direzione economicamente autarchica del fascismo si poteva già intravedere dagli anni Venti. Il regime si era occupato di bonificare vaste zone paludose per estendere la superficie coltivabile, fondando anche nuove città, di stampo rurale, come Littoria8 e Sabaudia. L’estensione della superficie coltivabile  era funzionale alla cosiddetta “battaglia del grano“, ovvero lo sforzo agricolo ed economico finalizzato a rendere l’Italia autosufficiente dal punto di vista frumentario.

Si può ben comprendere come questo sforzo sia stato dettato dall’ideologia, più che da considerazioni economiche. Infatti, proprio per fare più spazio possibile alle colture cerealicole, molte altre colture più prestigiose e redditizie come quella della vite e quella dell’ulivo, furono soppiantate, con significativi danni per l’economia.

Alcuni manifesti propagandistici della battaglia del grano
Alcuni manifesti propagandistici della battaglia del grano

La componente ideologica della battaglia del grano era certamente legata anche ad una certa idea di nazione, di popolo. Un popolo che doveva essere giovane, numeroso. La popolazione italiana doveva aumentare e per conseguire questo risultato il regime fascista istituì degli incentivi economici per ogni figlio insieme all’ONMI, l’Opera nazionale di maternità e infanzia, che si occupava di dare assistenza alle madri. Questa politica demografica non aveva in realtà molta ragion d’essere per almeno due motivi:

  • L’emigrazione a cavallo tra Ottocento e Novecento aveva dimostrato che le attività economiche italiane non erano in grado di assorbire l’offerta interna di lavoratori;
  • La volontà di Mussolini di disporre di un esercito di “otto milioni di baionette” mal cozzava con la lezione della Grande Guerra e della trincea: non contava tanto il numero di uomini quanto la supremazia tecnologica.

Il fascismo e la mafia

Il fascismo si distinse per la brutale e crudele repressione del fenomeno mafioso in Sicilia, in cui si distinse il prefetto palermitano Cesare Mori. Il vero problema tuttavia non fu affrontato, né la mafia sradicata. Essa faceva parte del tessuto sociale meridionale, e la riforma agraria anti-latifondista non fu mai attuata, anche perché il fascismo trovava una buona parte dei suoi sostenitori nel mondo agrario.

La politica estera

La diplomazia

L’impegno diplomatico del fascismo si rivolse sopratutto alla modifica del trattati di pace. La posizione italiana era ambigua poiché, pur facendo parte delle potenze vincitrici ed avendo un seggio nella Società delle Nazioni, tuttavia gli accordi che vennero stretti durante il fascismo sembravano andare contro lo spirito di quell’istituzione. Li elenchiamo di seguito:

  • 1924 – Trattato di Roma: Fiume passa all’Italia;
  • 1926 – Accordo di mutua assistenza con l’Albania, che entra così nella sfera di influenza italiana;
  • 1926 – Ulteriori accordi con Romania e Ungheria.

La seconda guerra d’Etiopia – 1935-1936

Senza dichiarazione di guerra alcuna, l‘esercito italiano invase l’Etiopia nell’ottobre del 1935, dando così inizio alla Seconda Guerra d’Etiopia, dopo la prima segnata dalla sconfitta di Adua del 1896. Le potenze internazionali decisero di colpire l’Italia con delle sanzioni e, tuttavia, esse, non toccando petrolio, carbone e acciaio poco potettero danneggiare l’iniziativa bellica italiana, coadiuvata anche dalla Germania nazista.

La guerra che gli Italiani scatenarono in Etiopia fu terribile. L’Italia subì perdite per circa 4000 uomini, mentre gli Etiopi persero 200000 uomini, cinquanta volte tanto. Questo massacro si spiega con la superiorità tecnologica dell’Italia rispetto all’Etiopia. Quest’ultima non aveva una infrastruttura industriale tale da poter contrastare i mezzi italiani. La guerra fu tuttavia terribile per l’efferatezza dell’esercito italiano, sopratutto nell’uso dell’iprite, il gas tossico. Il suo impiego fu autorizzato da Mussolini e ordinato dai marescialli Badoglio e Graziani. L’impiego del gas fu consapevolmente rivolto alla popolazione civile, alle fonti di approvvigionamento idrico, al bestiame, in modo da piegare il morale etiope. In sette mesi, con inusitata efferatezza, l’esercito italiano si muoveva verso Addis Abeba, costringendo il negus Hailé Selassié (1892-1975) a riparare in Inghilterra.

Alle colonie di Somalia ed Eritrea si aggiunse quindi l’Etiopia, Vittorio Emanuele III si pote’ fregiare del titolo di imperatore, mentre il regime raggiunse il punto più alto del suo consenso. L’anno successivo, nel 1937, l’Italia sarebbe uscita dalla Società delle Nazioni.

Le leggi razziali – 1938

Una delle conseguenze dell’occupazione dell’Etiopia fu il diffondersi in Italia di una certa cultura razzista. Preoccupavano infatti i matrimoni misti e i figli nati da quei matrimoni. Nel luglio e nel settembre del 1938 questa cultura razzista si manifestò rispettivamente nel Manifesto della razza e nel Manifesto degli scienziati razzisti.

Si leggeva nel primo:

7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo[…];

9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto.[…] 

10 . I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.

L’antisemitismo in Italia

Il razzismo, anche in concomitanza dell’avvicinamento tra Germania e Italia, entrambe isolate politicamente dalla comunità internazionale, si diresse verso la popolazione ebraica in Italia. Gli ebrei italiani, che erano perfettamente integrati nella società italiana, vissero con profonda sorpresa e sofferenza questa terribile direzione, poiché in un lasso di tempo brevissimo passarono da comuni cittadini ad essere perseguitati.

Così un primo decreto legge estromise gli ebrei da ogni ordine e grado di istruzione, precludendo loro sia la frequentazione che la docenza di scuole e università italiane. Con un secondo decreto legge tutti gli ebrei non non italiani vennero espulsi, mentre, pochi anni dopo il diritto di proprietà per gli ebrei venne fortemente limitato, come pure l’accesso ad alcune professioni.

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La rivista La difesa della razza (1938), in cui molti scienziati cercarono invano di definire le caratteristiche della presunta “razza italica”. Oggi sappiamo, con certezza, che non ha alcun senso parlare di razze umane essendovi solo quella umana.

Negli anni successivi l’Italia fascista avrebbe anche contribuito alla deportazione degli ebrei, contribuendo direttamente al genocidio nazista.

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Timeline – Il fascismo e il ventennio

Per vedere la timeline a schermo intero clicca qui.

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